Il giardino abbandonato

Torno a scrivere su questi spazi dopo più di due anni e mezzo…

Prendendo spunto da un commentato lasciato qui da un amico virtuale, quello che era un piccolo e modesto giardino ha cambiato volto, le sterpaglie dell’improduttività ora si sono trasformate in un bosco rigoglioso, con una vegetazione di silenzio talmente fitta che è quasi impossibile da attraversare!

Capita spesso che rimandi e rimandi, di cose da raccontare e condividere ce ne sarebbero state, ma più passa il tempo e più la natura riprende possesso degli spazi abbandonati, ed è sempre più difficile armarsi di buona volontà e dare una bella sistemata, prendersi il tempo dalla quotidianità lavorativa e familiare, abbandonarsi come un tempo al viaggio delle parole scritte…

Mi armo quindi di machete: questo posto ha bisogno di un giardiniere, così inizio a estirpar le erbacce, a potare rami secchi e piantare qualche fiore!

Forse racconterò il viaggio che ho fatto lo scorso marzo, direttamente dal viaggio che sto facendo ora, chi lo sa…

Nel frattempo fai attenzione, non inciampare tra i vecchi rovi, che i fusti son alti e fitti!

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Esperimento a scalare

 

Sola è la campagna

Cade la pioggia
Nuda e pesante,
Sulle nostre teste
E sui nostri campi.

Crollando s’appoggia
Dimentica e ansante
E ogni suolo riveste
Di paura e di lampi.

Fulgido e alacre il sentir
Dalle cinque alle sette
Ogni due s’accompagna:

Treman tre gocce perfette
E niuno s’appressa a venir.
Quando ormai l’acqua ristagna.

***

Ultimamente ho quella del sonetto. Non so perché, sinceramente l’ho sempre snobbato…
Detto questo, davvero, scrivimi due righe di commento: sono molto curioso di sapere che ne pensi, soprattutto perché questo esperimento che ho chiamato “a scalare” per la metrica che mi sono imposto di usare, a me non soddisfa in modo pieno. Anzi, potrei dire che posto questa poesia quasi come una denuncia, un grido disperato (e forse inconsapevole) verso la produzione di certi componimenti. Che detta così, non vuol dire proprio nulla 😀
Sinceramente, preferirei scrivere i miei soliti papiri riflessivi, ma negli ultimi mesi la vita mi sta trattenendo e, forse, va meglio così…

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Vita nova?

 

Tanto gentile e tanto onesta pare,
la Giulia ria quand’ella altrui saluta…
Eppur se s’ira certo non sta muta,
e ti manda via gridando “A cagare!”

Ella si va, sentendosi laudare,
giù per le strade e per li campi arguta;
che sia a piedi o d’amazzone vestuta
tutti i vecchi son soliti fischiare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
“Fa che sia un giovine!” spera ‘l suo core,
ma quando lo sguardo volge ha la prova:

sol un anziano assetato si trova.
Giulia allor va via, anelando l’Amore
che le sussurri a l’anima: Sospira!

 ***

Nato come gioco con un amica, fino a qualche ora fa tutto questo era solo la prima quartina. Un po’ come successo altre volte, da uno scherzo bonario poi mi lascio prender la mano, e così mi son ritrovato a contare ogni verso (l’endecasillabo per me è un inferno – e che questa frase lo sia lei stessa la dice molto lunga), a cercar le strutture, a stravolgere infine uno dei sonetti stilnovisti per eccellenza, Tanto gentile e tanto onesta pare di Dante Alighieri, contenuto (stando a Wikipedia) nel XXVI capitolo della Vita nova.
Ora, dovesse leggere questa versione, spero che l’interessata non se ne abbia troppo a male, e reagisca con una sana risata. Non me ne vogliano infine gli estimatori del Grande Poeta, che non è mia intenzione prender lui pe’l culo, ma solo imparar come fanno i bambini: giocando!

P.S. Ma a una donna, del fischio per strada, importa più il gesto oppure chi fischia? 😉

 

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Riletture omeopatiche

 

Mi sono immaginato
come un vecchio
cinico bilioso,
acidificato dal mondo,
burbero di cortesia,
accapigliatore di sintassi.

Sono forse io questo bel quadretto?

Magari un po’ – mi son risposto
sempre io, con un piccolo sorriso.

 

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Ancora

 

Graffiami,
Spremimi
E lasciami
In un sol dito
Di sangue
Un sorso.

Ch’io possa
Assaggiare
Su di me
Le tue fatiche,
Per un attimo
Ancora.

 

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Chanson d’automne di Verlaine – Una versione alternativa

L’ultimo post della mia Amica Primula – L’autunno è uno stato d’animo – ha fatto da catalizzatore a una bella discussione sulla poesia di Paul Verlaine Chanson d’automne.
Di mio, lo ammetto, conosco pochissimo la letteratura francese. Figurarsi la Poesia.
Forse nascosto in qualche meandro della mia mente ci dev’esser traccia di qualche componimento di Baudelaire e Zola, sguardi fugaci dei tempi delle superiori, incernierati in pompose antologie, niente più.
Fatto sta che Primula, scontenta delle traduzioni fatte sin qui, ha proposto una sua versione (se ti piace l’argomento ti consiglio di cliccare il link e leggere i commenti al suo post), oggettivamente e qualitativamente migliore delle altre. Dalla discussione che è seguita sono emerse le difficoltà enormi in cui incorre un traduttore di poesie: come riuscire infatti a mantenere al tempo stesso rime, assonanze e sistema fonetico, senza stravolgere la struttura del componimento in lingua originale? Un lavoro decisamente difficile…

Sebbene lei sia riuscita a ottenere risultati migliori rispetto ai suoi predecessori, in alcuni versi mi son venute in mente delle alternative, e così le propongo qui, non senza un certo imbarazzo verso la mia ignoranza, in contrapposizione alla sua conoscenza della lingua francese e all’esperienza come traduttrice.

         CHANSON D’AUTOMNE                 AUTUNNO

         Les sanglots longs                              Il lungo singulto 
         Des violons                                          dei violoni
         De l’automne                                       d’autunno
         Blessent mon cœur                            lacera il mio cuore
         D’une langueur                                   con monotono
         Monotone.                                           languore.

         Tout suffocant                                    Senza respiro
         Et blême, quand                                 e spento, quando
         Sonne l’heure,                                     rintocca l’ora,
         Je me souviens                                    io mi ricordo
         Des jours anciens                               e piango
         Et je pleure;                                         dei giorni d’allora;

         Et je m’en vais                                    così m’abbandono
         Au vent mauvais                                al vento malsano
         Qui m’emporte                                   che da una parte
         deçà, delà                                            all’altra mi porta:
         Pareil à la                                            io sono d’autunno
         Feuille morte.                                     la foglia morta.

***

Ora, la mia non è certo una traduzione letterale, e ho preso parecchi spunti dalla versione di Primula.
Come lei ho cercato di ricostruire dei suoni, e come puoi vedere ho pure invertito dei versi: le assonanze del francese non possono esser riportate già a partire dal titolo, perché in italiano, canzone – o canto come suggerito da Primula – non rendono assolutamente l’idea del malessere esistenziale che Verlaine ha reso così bene. L’importanza della traduzione l’ho già accennata cinque o sei anni fa quando ho postato una poesia di Catullo: preferisco di gran lunga una traduzione “spirituale” (Primula, aiutami tu con i termini) che una “letterale”, semplicemente perché una poesia è fatta per lo più di evocazioni, non certo di semplici parole.
Come potrai confrontare tu stesso/a sbirciando le altre versioni, più che dei suoni mi sono preoccupato soprattutto sulle forme evocative, come l’uso del verbo lacerare e l’aggettivo malsano. Così, oltre a invertire dei versi, mi son permesso pure di modificare grammatica e punteggiatura, e mi piacerebbe molto sapere che ne pensi a riguardo.

Ah, giusto due tecnicismi:
– nell’originale la struttura delle rime/assonanze nelle rispettive sestine è AABCCB, e me ne sono accorto solo alla quinta lettura, segno di una leggerezza quasi sublime nella sua melanconia. Per non sbagliarmi, io ho salato a piè pari la questione;
– ho preferito singulto a singhiozzi per due motivi, il suono più dolce e il passaggio dalla forma plurale a quella singolare;
– il violone è un antico antenato del violino, dal suono più greve, diciamo una via di mezzo tra viola e contrabbasso (sintomatico che questa differenza la si possa riscontrare anche nella fonetica dei termini, più basso e grosso il primo, più stridulo il secondo);
– mentre scrivo queste ultime righe son già tornato su tre quattro volte, applicando altrettante modifiche, motivo per cui tronco questi tecnicismi (che probabilmente interesseranno a ben pochi) nella speranza di non esser stato troppo pesante 😉

 

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Sfortunale

Proprio in questo momento
sento tuoni e scrosci di pioggia,
il cielo notturno sopra il Tagliamento è
illuminato a giorno da mille saette
e io non posso più uscire a scacciarlo
brandendo come sempre il mio vecchio coltello,
perché un altro temporale sta bussando
alle porte del domani…

 

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Manlio e il ladro di cetrioli

Nonostante la sua giovane età, Manlio soffriva da parecchi anni di una forma cronica d’insonnia: raramente andava a dormire prima delle quattro di mattina, eppure ogni giorno si svegliava alle sette, pronto e pimpante per il lavoro che lo aspettava al mulino. Lui non aveva bisogno di mettere la sveglia, apriva gli occhi e si alzava. Punto. Nelle giornate più intense al massimo si concedeva un sonnellino di mezz’ora, subito dopo pranzo, tanto gli bastava per recuperare le forze.
E così di notte, tra un libro e un solitario, dopo l’usuale spuntino delle tre a base di pane e salame, qualche fetta biscottata con la maionese e un frutto di stagione, Manlio usciva all’aria aperta, dove guardava le stelle e si beava immaginando l’eterno.

Eppure quell’estate di stelle ne aveva potute mirare ben poche: un cielo senza nuvole non si vedeva da maggio, e tutti i contadini maledicevan la pioggia, addossando la colpa al cattivo governo del Re. A Manlio queste cose non interessavano: per lui faceva tutto parte della Natura, e la notte, coi suoi silenzi, i suoi suoni, i suoi animali e i suoi misteri, restava qualcosa di speciale. Tutto questo continuò a vivere e pensare, fino alla scorsa notte.

Uscito dopo l’usuale seconda cena, Manlio alzò gli occhi e scorse le sagome di tre nuvole pesanti. Fece un po’ fatica a distinguerle, perché si andava verso la luna nuova, e in campagna non c’era nessuna luminaria come in città, e se non ti aiuta la luna col maltempo non vedi proprio niente. D’un tratto di fronte a sé sentì un fruscio, distante più o meno venti pertiche.
“Cos’è?! Che sia qualcuno?”
Il cuore sembrò esplodergli nel petto.
Il suono proveniva dal campo di mais del vicino, e per qualche istante Manlio ebbe paura che fosse un ladro che puntava verso casa sua. Si concentrò: scrutando i suoi sensi non sentì più niente arrivare da quella direzione, né vide alcun ombra spostarsi tra l’erba e le piante, pensando quindi fosse solo un animale.
Sì girò verso destra, dove c’era il campo dell’unico suo parente rimasto ancora in vita, lo zio Tita. Nell’estremità superiore dell’ultima serra che riusciva a vedere, a Manlio sembrò di scorgere due luci fisse.
“E queste?! Ah no, sono piccole, tra il verde e il blu. Saranno delle lucciole…”
Non era un tipo pauroso, e avendo sempre abitato in aperta campagna sapeva quanto la notte poteva essere viva, riconoscendo con una certa facilità tutto quell’universo che ne faceva parte. Ma quel fruscio iniziale lo aveva come messo in allarme, così rimase vigile e continuò a guardarsi intorno, facendo attenzione a non fare alcun rumore.
Giratosi verso sinistra, vide una cosa strana.
“Perché il tronco del pesco e quello del susino sono fluorescenti? Sarà mica un ritrovo di lucciole?! Quelle vanno in giro da sole…”
Non riuscendo a capire cosa fosse dalla sommità della collinetta dov’era incastonata la sua casetta di sassi, Manlio decise di avvicinarsi.
“Che scemo, è il riflesso che arriva dalle luci dell’osteria… Certo che trincano fino a tardi questa notte!”
Si girò così per tornare in casa, quando vide qualcosa che non poteva esser fraintesa: tra il terzo e il quarto filare di cetrioli, posti a sinistra della serra di prima, la luce di una pila veniva avanti puntando in basso, a destra e poi a sinistra.
All’inizio tornò la paura che fosse un ladro d’appartamento, ma quando vide la luce soffermarsi ancora sulle piante, capì che si trattava di un altro tipo di ladro…
“E questo? È venuto a farsi la spesa? Ma dimmi te…”
Aveva sentito spesso raccontare le storie di paese vecchie di cinquant’anni, di quando la povertà spingeva giovani e vecchi a rubare ortaggi e galline ai propri compaesani, ma quei tempi ormai eran lontani, anche per l’antico paese rurale di Candalùa. Lo erano quelli in cui i ragazzini andavano a rubare angurie e ciliege solo per divertimento, figurarsi quegli altri!
Che poi – iniziò Manlio a pensare – se c’hai fame, vai forse a rubar cetrioli?!

Ora però c’era quella luce azzurrognola che se ne andava in su e in giù, avanti e indietro, e bisognava fare qualcosa. Non volendo spaventare il ladro – ma più che altro per disturbarlo senza precludersi di scoprire chi fosse – Manlio fece un fischio. La pila per qualche secondo si fermò interdetta, poi puntò in direzione del suono, ma siccome era debole non riuscì certo a capire cosa fosse, che stava a più di settanta metri. Un gheppio, forse svegliato dal fischio, lanciò un richiamo, e così la pila, se poteva aver preso un po’ di paura col primo fischio, si tranquillizzò e tornò ai suoi movimenti, come Manlio aveva fatto in precedenza con quel fruscio dal campo di mais.
Il nostro eroe – che eroe non si sentiva – meditò sulla possibilità di armarsi di bastone, per cogliere il ladro di cetrioli sul fatto: non era bellicoso, lo avrebbe portato solo per precauzione, ma l’idea che qualcuno andasse liberamente nel campo dello zio Tita e facesse indisturbato la spesa, non gli piaceva un granché. Poi però pensò alle conseguenze, e pure a tutte le opzioni, a passare per stupido, a trattare il ladro da stupido (che rischiava l’onore per due chili di cetrioli, tre soldi s’è tanto!), a fargli prendere uno spavento, e persino a riempirlo di botte!
S’immaginava a chiamare i gendarmi e a raccontargli che le gambe il ladro se l’era spezzate mentre scappava, gli avrebbe raccontato! Che se hai bisogno devi chiedere aiuto, mica andar in giro di notte a rubar cetrioli! Ma poi vide la pila puntare all’indietro, risalire i pochi metri che aveva fatto, illuminare la ruota di una bicicletta e spegnersi in quella notte così scura…
Manlio restò ancora qualche minuto a scrutare la strada: nel buio non aveva visto nemmeno se il ladro aveva preso la destra o la sinistra, verso dove se ne andava. Aveva visto solo la pila, così rientrò dentro in casa, con un nuovo tarlo per la testa: “Se quel mona ritorna, qualcosa la faccio! …ma cosa?!”

 

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Stanotte ho suonato con Ian Anderson!

A quanto pare, i trucchetti per ricordarsi i sogni che ti ho suggerito solo sei (dieci) giorni fa, funzionano davvero: dopo un periodo di mesi in cui li cancellavo tutti appena aprivo gli occhi, sarà merito del mantra-espediente, sarà che mi sono auto-influenzato, ad ogni risveglio ricordo un sacco di esperienze!
Le scorse cinque notti non ho vissuto nulla di eccezionale, ma stanotte è andata diversamente, e mentre aspetto che la prima mano di bianco si asciughi in cucina, inizio a raccontarti cos’è successo:

Mi ritrovo con il mio gruppo a suonare in una piazzetta di un paesotto dalle parti di Udine – anche se a pensarci meglio, i mattoni a vista, i pergolati coi glicini e le rogge pulite con giocosa acqua fresca, da sveglio mi ricordano più Sacile o Sesto al Reghena, due comuni in provincia di Pordenone.
Il palco è un po’ strano, in quanto è diviso trasversalmente da un gradone di mezzo metro, sopra il quale ci sta solo la batteria, il che ricorda parecchio l’ultima suonata che ho fatto una decina di giorni fa. Il service e il mixerista sanno fare il loro mestiere e la serata va alla grande, con tanta gente che pare apprezzare inondata dalle luci primarie: come spesso accade anche nella realtà, dal palco si riesce a capire ben poco di quello che accade di sotto, un po’ per le luci che ti chiudono in campo visivo e un po’ perché sei troppo preso dalla musica che suoni, vivendo in quel presente orgiastiche emozioni.

Nel mio sogno non ho il tempo di godermi il post-suonata, la parte piacevole dei commenti e delle impressioni, dei saluti e del relax, seguita poi da quella meno bella della sistemazione dei propri strumenti nelle custodie, far su i cavi, caricare tutto in macchina, tornarsene a casa e scaricare di nuovo tutto quanto. Nel mio sogno no, non faccio niente di questo, sono già alla settimana successiva, quando gli organizzatori della serata precedente, contenti per lo spettacolo, ci richiamano per suonare a un’altra serata, questa volta in compagnia di un altro gruppo, che si esibirà (termine che non mi piace, ma tocca usarlo) in un palco a una cinquantina di metri dal nostro, ma sulla stessa via.
Io arrivo stranamente per primo, e porto tutta la mia strumentazione sul palco (cosa impossibile da fare nella realtà, visto che per portare l’Hammond bisogna essere in due) e ricordo di aver sistemato il tutto diversamente dal solito, cioè fronte pubblico anziché girato di lato – forse per comodità, o per capire come ci saremmo disposti sul palco, visto che sembra più piccolo della suonata precedente. Un po’ in ritardo e arrivano anche i miei compari, e mentre fanno avanti e indietro dalle loro macchine mi accorgo che il mixerista non è lo stesso della settimana prima; anzi, questo di stasera lo conosco pure… purtroppo, a esser buoni, è un vero incompetente!
Lo faccio notare agli altri, se lo ricordano anche loro, e bestemmiando continuiamo a montare i nostri strumenti vedendo che lui è più in ritardo di noi. Dal nostro palco, nonostante la distanza, riusciamo a vedere anche l’altro gruppo, e mi ritrovo immerso in una (per me incomprensibile) sfida egocentrica, una lotta a chi è più figo o a chi suona meglio: certo, suonando hai modo di capire se uno è più bravo di te oppure no, ma la Musica non ti fa vivere questi aspetti come un ragazzino di tredici anni bensì in modo positivo, ti offre degli stimoli di miglioramento, e ti unisce agli altri, quasi come una grande famiglia.
Senonché salta fuori qualcuno che ci dice che questa sera ci sarà Ian Anderson, che forse suonerà qualcosa con i due gruppi.

Se per caso non lo conosci – lungi da me fartene una colpa, ognuno ha i propri gusti musicali! – Ian Anderson è il cantante, flautista, compositore nonché fondatore dei Jethro Tull, un gruppo nato nel ’67 e che io considero l’unico che ha saputo negli anni scandagliare generi musicali eterogenei, passando dal blus al rock, dal folk al progressive, dal jazz alle sonorità etniche, dalla classica sino quasi al metal (ricordo ancora la durezza del suono di chitarra e del riff di El Niño, pezzo del ’99 dell’album J-Tull Dot Com) nei primi decenni sfornando un album all’anno, e capaci di spaziare tra i generi mantenendo comunque la propria anima distinta, cosa non facile in un mondo caratterizzato dalle dinamiche commerciali della musica con la m minuscola.

Quindi, per chi come me lo conosce e ha avuto la fortuna di sentirlo in più di un’occasione, una notizia decisamente emozionante! Acceleriamo i preparativi ma siamo ancora in ritardo, quando si sparge la voce che Ian è arrivato: neanche il tempo di voltarsi a destra e a sinistra per cercarlo che dall’altro palco sento le prime note di piano di Locomotive Breath, cavallo di battaglia dei Jethro che fa parte di una delle pietre miliari della musica rock, l’album del ’71 Aqualung, critica di una società decadente attraverso la vita di un barbone pedofilo, disegnato in copertina dallo stesso Anderson.
Qui non ho mai incorporato né video né musica, ma per riproporti l’atmosfera giusta, penso sia meglio cliccare su play:

Ora ci stiamo godendo le prime note soffuse, ma devo ammettere che il gesto dell’altro gruppo – mentre stavo vivendo il sogno – mi è sembrato una vera porcata, fatta solo per ingraziarsi l’arrivo della guest star, così appena entrata la chitarra nell’intro, al cambio di ritmo mi sono imposto e ho iniziato a suonare anch’io, usando l’Hammond al posto del Piano: non te la farò tanto lunga, da autodidatta so suonare organi elettrici e tastiere, ma il pianoforte no, e non è solo una questione legata alle diversità dei tasti o dei rispettivi funzionamenti, ma di differenze sostanziali nella gestione delle note e dei suoni che si possono produrre, un po’ come per un chitarrista mettersi a suonare il violino, per capirci.
Fa niente, mi sono imposto, e sbuca fuori Ian con il suo flauto e la sua bandana (sul palco, tra le mille cose, si è spesso travestito da pirata) proprio di fianco a dove siamo noi, facendo capire che è lì per divertirsi, che suonerà con tutti e due i gruppi, di non fare i coglioni, e parte a cantare “In the shuffling madness/ of the locomotive breath” quando si ferma e in italiano dice “Ma che fate? Come mai non siete ancora pronti?!” e subito, in modo teatrale, si avvicina all’angolo dell’edificio di fronte al palco, e guarda furtivamente con in mano sempre il suo flauto verso la stradina in pavè che curva verso destra, e inizia a chiamare al microfono “Ezio! Ezio! Ezio!” che molto probabilmente è un suo amico friulano (questo è possibile in quanto lui stesso, se non sbaglio, in un intervista ha detto che il Friuli e il Nord-Est italiano gli ricordano parecchio i luoghi della sua infanzia, la Scozia n.d.r.) motivo principale della sua visita in quel particolare paesotto. Così tutti si uniscono a Ian, e iniziano a chiamare questo Ezio, e si scopre che è l’oste della taverna del paese, e tutti entriamo sotto una volta di mattoni molto più vecchi di noi, e assistiamo all’incontro tra i due Amici: Ian è contentissimo e dopo gli abbracci invita tutti a seguirlo per assistere allo stettacolo. Così torniamo indietro, ma invece di uscire all’aperto accade il contrario, ed entriamo in una grande sala dal carattere rustico, dove ci sono i due palchi, e ci lanciamo in una Jam Session con il nostro eroe: improvvisare, aver la fortuna di riuscire a parlare attraverso delle note, raccontare una storia senza usare nemmeno una parola è una delle esperienze più belle che si possano fare, e se lo fai davanti a parecchie persone e vedi che quello che stai “raccontando” viene capito e apprezzato allora diventa un momento sublime, scariche di endorfine che fanno bene ai propri sensi…
Il mio sogno finisce quando a fine suonata scorgo tra il pubblico un parente venuto a sentirmi apposta dalla Svizzera, con cui scambio sorpreso qualche parola ancora estasiato da quanto successo sul palco.

Allora, cari amici lettori, dalla prima mano in cucina è passata la seconda, la pittura del salotto il giorno successivo e altre quattro giornate decisamente impegnative: a quanto pare siete sempre di più, e il merito va principalmente a Primula e al suo entusiasmo, che colgo l’occasione per ringraziare una volta ancora!
Però tu non fare il timido o la timida, scrivimi cosa ne pensi della Musica e, se li conosci, dei Jethro Tull 😉

N.B. il loro album che preferisco è Thick As A Brick, hai presente?

 

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